Arna. E sei subito Alfista
Sarà banale, ma non c’è un titolo migliore per presentare una delle vetture che, nel bene e nel male, è entrata a far parte della storia Alfa Romeo.
Croce degli Alfisti di tutto il Mondo, delizia preferita di qualsiasi sfottò contro il marchio di Arese e macchietta dello humor italiano: l’Arna è stata questo e molto altro, al punto da essere oggi una sorta di maschera carnevalesca su ruote.
L’idea Arna
Alla fine degli Anni Settanta l’Alfasud, entry-level della casa del Biscione, stava riscuotendo un buon successo ottenendo consensi non solo in Italia, ma anche all’estero (ruggine a parte). Per qualche strano motivo però, la dirigenza Alfa Romeo era alla ricerca di una due volumi da affiancare al modello.
Progettare una nuova vettura partendo da zero era fuori discussione, considerati i problemi che il marchio stava attraversando in quegli anni, dovuti anche al clima complicato che si respirava a Pomigliano d’Arco, dove veniva assemblata la stessa Alfasud. Si pensa quindi di rivolgersi a qualcuno in grado di fornire le scocche di un’auto già in produzione, che una volta modificate, avrebbero ospitato la meccanica Alfa Romeo, mantenendo intatto lo spirito del Biscione.
Per ragioni non del tutto chiarite, la scelta ricade su un modello abbastanza diffuso in patria e pressoché sconosciuto in Italia: la Nissan Pulsar, venduta in Europa come Cherry.
La joint-venture
Il 9 ottobre 1980 viene firmato a Tokyo l’accordo fra Takashi Ishihara ed Ettore Massacesi: è la nascita dell’Alfa Romeo Nissan Automobili S.p.A. Si tratta di una delle prime joint-venture automobilistiche fra un marchio giapponese e uno europeo, seconda soltanto a quella fra British Leyland e Honda dell’anno precedente.
Sulla carta, entrambe le case avrebbero ottenuto benefici immediati: la Nissan avrebbe potuto infatti aggirare il contingentamento e i dazi doganali allora in vigore nella Comunità Europea per le importazioni di vetture nipponiche, l’Alfa Romeo da parte sua, avrebbe risparmiato soldi legati alla progettazione dell’auto. I termini dell’alleanza erano semplici: la Nissan avrebbe spedito i lamierati in Italia e l’Alfa Romeo si sarebbe occupata della parte meccanica e della componentistica.
Design nipponico e assemblaggio nostrano: la ricetta perfetta per una frittata in salsa di soia.
La produzione
Per la realizzazione del nuovo modello, ribattezzato Arna – acronimo di Alfa Romeo Nissan Auto – viene costruito un nuovo stabilimento a Pratola Serra, anche se parte del processo relativo all’innesto della meccanica viene ultimato nell’impianto di Pomigliano d’Arco, lo stesso da cui escono le Alfasud.
Il risultato finale è un inedito pot-pourri: carrozzeria, retrotreno, interni, plancia e sedili sono della Nissan; motore, trasmissione e avantreno dell’Alfa Romeo.
Più facile a dirsi che a farsi: sarà proprio l’avantreno a causare problemi e ritardi nell’assemblaggio dell’Arna. Le modifiche che verranno fatte per alloggiare gli attacchi delle sospensioni, lasciando spazio al cambio – che sulla Cherry era trasversale mentre sul modello Alfa era longitudinale – porteranno a uno slittamento della presentazione della vettura, che si protrarrà di quasi un anno rispetto alle previsioni iniziali.
Al Salone di Francoforte del 1983, l’Arna non susciterà grandi entusiasmi. L’idea di trovarsi di fronte a una vettura già superata, i cui tratti estetici Alfa Romeo sono visibili solamente in alcuni particolari come il volante e il pomello del cambio, la mascherina e le targhette identificative, solleverà i dubbi di molti. Il design appare fin troppo razionale e poco in linea con lo stile del Biscione; la larghezza della vettura (6 cm in più rispetto all’Alfasud) le conferiscono un aspetto squadrato e piuttosto sgraziato, soprattutto nella parte anteriore.
Croce degli Alfisti di tutto il Mondo, delizia preferita di qualsiasi sfottò contro il marchio di Arese e macchietta dello humor italiano: l’Arna è stata questo e molto altro, al punto da essere oggi una sorta di maschera carnevalesca su ruote.
Motore e allestimenti
Due sono gli allestimenti previsti al momento del lancio del modello: quello L con carrozzeria a tre porte e un costo di 9.980,000 lire e quello SL, che offre cinque porte per 10.730,000 lire; entrambi vengono equipaggiati con il 1.2 Boxer da 63 cavalli montato sull’Alfasud base. Se il prezzo competitivo (negli stessi anni una Fiat Uno 55 a cinque porte aveva un costo di circa 10 milioni) è uno dei punti di forza della Arna, da cui il leitmotiv delle campagne pubblicitarie, ciò non basta a trainare le vendite del modello, che nel primo anno di commercializzazione raggiunge le 31.066 unità prodotte – circa la metà rispetto alle aspettative.
Secondo i progetti iniziali, la vettura sarebbe dovuta sbarcare anche in altri Paesi europei, come la Penisola Iberica, La Francia e l’Austria. In Inghilterra nel primo anno di produzione ne sarebbero dovute arrivare 30.000, ma le concessionarie si accontentarono di ricevere 700 esemplari.
Significativa è una testimonianza rilasciata ad “Al Volante” da Shigemitsu Oka, allora responsabile commerciale della Nissan in Europa: «Dalle filiali del Regno Unito alzarono il telefono e si lamentarono perché l’80% delle macchine non funzionava. Premevi il pedale del freno e si accendeva la luce di cortesia nell’abitacolo, e altre cose di questo genere. Il problema della qualità era evidente e si sommava a quello della mancanza di un’adeguata indagine di mercato pregressa. Per vendere bene l’Arna, in sostanza, si sarebbe dovuta ripensare l’intera organizzazione».
La definitiva condanna a morte dell’Arna avviene però per mano della stessa Alfa Romeo: con la commercializzazione in contemporanea della 33, che a un costo leggermente superiore rispetto al modello italo-nipponico, offriva un design più riuscito e capace di trasmettere un family-feeling maggiore.
L’Arna Ti
Nel 1984 alle due versioni presenti in listino, viene affiancata la Ti, dall’impronta sportiva. Le modifiche estetiche non sono molte: sotto al paraurti viene aggiunto uno spoiler in plastica con i fari supplementari e sul portellone trova posto un inedito alettone, anch’esso in plastica nera. All’interno la strumentazione del tachimetro viene arricchita dal contagiri, mentre i sedili sono vistosamente ricoperti di tessuto nero e verde, così come i pannelli porta.
Ma è sotto al cofano che c’è la novità più interessante: viene montato il Boxer 1351 cc da 86 cavalli dell’Alfasud Sprint che, abbinato a un assetto più sportivo, regala all’Arna delle prestazioni interessanti, grazie anche alla buona tenuta di strada. Da zero a 100 in meno di 10 secondi e oltre 170 km/h di velocità massima i numeri della prova Quattroruote di agosto 1984.
La buona pagella ottenuta non basterà però a risollevare le sorti del modello; i bassi numeri di vendita e il rialzo dello yen, moneta con cui venivano acquistati i lamierati e le componenti dalla Nissan, porteranno nel 1987 a un definitivo arresto della produzione Arna. Saranno poco meno di 60.000 le unità prodotte, molte delle quali rimaste a lungo in giacenza nei concessionari e in parte smaltite dalla Polizia Municipale, a cui vennero affidate in dotazione.
Le Arna da collezione
Oggi l’Arna continua ad essere uno dei modelli più famosi nell’immaginario collettivo degli italiani e, proprio come la Duna, si sta ritagliando una fetta di estimatori fra i collezionisti di youngtimer e non solo. Non è un caso se le quotazioni sono in crescita, così come il suo interesse storico.
Solo di recente l’Arna è stata riprodotta in scala, con delle miniature davvero interessanti. La Gamma Models e la Kess Model l’hanno realizzata in resina, a grandezza 1/43, nelle versioni SL e Ti (il primo marchio anche in quella L). Diversi i colori, tutti fedelmente ripresi fra le tinte originali. Si tratta di modellini fuori commercio e le quotazioni si aggirano intorno ai 100 euro.
Molto interessante è l’ultima uscita del marchio Laudoracing Models, che ha proposto la Ti in scala 1/18, anch’essa in resina. Si tratta di una riproduzione ben fatta, curata nei dettagli e davvero particolare in queste dimensioni. Molto scenica pure la confezione dedicata, con i disegni della vettura e i dati tecnici riportati.
Disponibile in tutti e tre i colori che hanno vestito l’Arna Ti: il bianco Capodimonte, il grigio metallizzato e il nero, ognuno dei quali limitato a 300 pezzi, il modellino – ordinabile dal sito internet – ha un costo di 109,90 euro, che si rivelano essere ben spesi vista la cura della realizzazione e la sua natura esclusiva.
Prendetene una prima che vadano sold-out; non lasciatevi scappare l’occasione di essere subito Alfisti, anche in miniatura.
Di Alessandro Giurelli










































