Méhari, il dromedario a quattro ruote

Agosto è dietro l’angolo, le tanto agognate ferie sono alle porte ed è ora di mare, o meglio, di spiaggia.

La vettura del mese è un’icona del tempo libero e della versatilità, allegra e sbarazzina, proprio come l’estate.

Le auto “da mare”

Gli Anni Cinquanta: il decennio giusto per lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra e ripartire, gettando le basi per un Mondo migliore. È un periodo di ricostruzione, ma anche di ottimismo e nuove speranze. Il boom economico porta alla nascita di nuove categorie di consumatori, che trainate da un benessere diffuso, diventano parte attiva di un mercato fino ad allora inesplorato.

La vacanza assume un valore che solo poco tempo prima era prerogativa dei privilegiati e delle classi più agiate. Sono gli anni della Dolce Vita, del Sorpasso e di Vacanze Romane. Dal 1956 al 1965 le presenze registrate negli alberghi italiani raddoppiano, mentre quelle nei campeggi aumentano di quattro volte. 

È in questo clima che nasce una nuova categoria di veicoli per il tempo libero, le cui caratteristiche sono immediatamente individuabili nel nome che li definisce: le spiaggine. Si tratta di utilitarie della produzione di serie che vengono trasformate allo scopo di renderle appetibili ai clienti più facoltosi, durante il periodo di villeggiatura nelle località balneari. Le modifiche riguardano la rimozione delle portiere e delle superfici vetrate laterali e posteriori; il tetto viene generalmente sostituito da un tendalino con centine o laminato amovibile. All’interno, i sedili originali vengono rimpiazzati da poltroncine in tela o in vimini, resistenti all’acqua e al sole diretto.

Sono, per definizione, prodotti di nicchia, che portano la firma di celebri carrozzieri italiani e che per la loro natura esclusiva, vengono paragonati ai più raffinati motoscafi o ai mobili da spiaggia. La stessa denominazione che li caratterizza deriva da uno dei primi modelli prodotti, la Savio Spiaggina del 1958, realizzata su pianale e meccanica della Fiat Nuova 500 e disegnata da Mario Boano. Costruita in soli due esemplari, la spiaggina per definizione è diventata celebre dopo essere apparsa sui rotocalchi di tutto il mondo assieme ai suoi proprietari, Gianni Agnelli e Aristotele Onassis.

La democratizzazione delle spiaggine

Il 1964 è un anno di fondamentale importanza per le spiaggine. La rivoluzione arriva dall’Inghilterra, dove da poco è stata presentata una delle auto più significative della storia: la Mini. La piccola britannica, diventata emblema delle utilitarie alla moda, viene proposta in un’inedita variante per il tempo libero: la Mini Moke. Il modello non riscuote successo in patria, penalizzato dalle condizioni climatiche inglesi che non si sposano perfettamente con le caratteristiche del veicolo. L’idea però è buona e non sfugge a un impresario francese di nome Roland de la Poype, titolare della SEAB, fabbrica specializzata nelle materie plastiche che propone la costruzione di una vettura dalle caratteristiche analoghe.

In quel periodo c’è un marchio che – più degli altri – ha fatto dell’originalità e della sperimentazione il suo tratto distintivo. Si tratta della casa che è stata capace di motorizzare la Francia, rivoluzionando il concetto di automobile alla portata di tutti e innalzando il comfort di marcia a un nuovo livello. Il suo logo è quello del Double Chevron e il suo nome è Citroën.

Quando la proposta arriva nelle mani di Pierre Bercot, allora presidente del gruppo, la risposta è quasi scontata. Viene presa una furgonetta 2CV e la si spoglia di qualsiasi cosa, lasciando il pianale e il telaio nudo in modo da fissarci dei pannelli di cartone per abbozzare un primo prototipo. Economia è la parola chiave del nuovo progetto. Al posto della lamiera, si opta per una carrozzeria realizzata in ABS, un materiale plastico che da un lato evita il formarsi della ruggine e dall’altro consente di risparmiare peso, ottenendo quindi migliori prestazioni e un ridotto consumo di carburante. Da principio, si pensa alla realizzazione di pannelli lisci, che vengono poi modificati con quelli zigrinati in modo da dare maggiore rigidità al corpo vettura. Il volante e i fari posteriori sono di derivazione 2CV, mentre le ruote, i fanali, i tergicristalli e il freno a mano sono quelli della Dyane.

Sotto al cofano trova inizialmente posto un bicilindrico da 425 cm³, poi sostituito da un 602 cm³ con raffreddamento ad aria per le versioni definitive. I circa trenta cavalli erogati su un peso a vuoto di 570 kg permettono alla vettura di raggiungere i 100 km/h, più che sufficienti per lo scopo secondo cui è stata sviluppata. Le sospensioni e l’impianto frenante, lo sterzo e il cambio sono di derivazione 2CV e Dyane e completano la realizzazione del veicolo, che garantisce un’ottima versatilità d’impiego su tutti i terreni.

Il Sessantotto e la presentazione della Méhari

Il modello viene rivelato alla stampa sul campo di golf di Deauville. Il nome scelto esalta la natura del veicolo e le sue doti di robustezza e parsimonia: Méhari, in onore di una rinomata razza sud-arabica di dromedari. È il maggio del 1968: la Francia è scombussolata dai moti studenteschi e la presentazione dell’ultimo frutto dell’estro Citroën passa in secondo piano.

L’auto viene svelata al pubblico il 3 ottobre dello stesso anno al Salone dell’Automobile di Parigi. L’allestimento è unico e le tre tinte disponibili rimandano tutte a regioni desertiche: il Rosso Hopi, il Verde Montana e il Beige Kalahari. La particolarità è che la carrozzeria in ABS non è verniciata, ma stampata a caldo e colorata in massa; in questo modo viene eliminato il rischio di scrostamenti a seguito di piccoli urti.

Rispetto agli esemplari mostrati alla stampa, quelli definitivi presentano delle lievi differenze e semplificazioni: le calotte cromate dei cerchi vengono eliminate e viene modificata la posizione della ruota di scorta e delle frecce anteriori, che da sotto ai fanali sono spostate ai bordi dei parafanghi. Anche i fari posteriori, inizialmente di derivazione 2CV, vengono sostituiti con quelli del furgone Type H.

La Méhari appare ora come un simbolo anticonformista della libertà e dello stile di vita “en plein air”. I valori di quel Sessantotto francese che dapprima hanno fatto passare in sordina la presentazione del modello alla stampa sono gli stessi che lo rilanciano una volta svelato al pubblico. Alla fine della kermesse, la nuova Citroën, che ha un costo di 895.000 lire, ha già raccolto 500 ordini.

Il nome scelto esalta la natura del veicolo e le sue doti di robustezza e parsimonia: Méhari, in onore di una rinomata razza sud-arabica di dromedari.

Vent’anni di avventure

Le modifiche alla Méhari negli anni successivi al lancio si contano sulle mani. Dalla fine del 1969 le frecce anteriori vengono spostate più vicino ai fanali e vengono introdotte le portiere rigide in sostituzione di quelle in tela. Nel 1971 fanno la comparsa sulla plancia due bocchette d’aerazione tonde, mentre nel 1975 viene installato un voltmetro a sinistra dello strumento principale, composto da tachimetro, contachilometri, livello carburante e un paio di spie. Nel 1978 viene modificata la calandra in favore di una smontabile in plastica che rende più facile l’accesso alle puntine platinate; gli indicatori di direzione migrano nuovamente sotto i fari. A partire dal 1979, anche la Méhari eredita la strumentazione della LN in sostituzione di quella di derivazione 2CV. Nel 1983, viene infine eliminata l’aletta che protegge l’anello di fissaggio sui fianchi, in modo da semplificare ulteriormente le procedure di stampaggio della carrozzeria. Sulla ribalta posteriore trovano posto delle targhette identificative in pieno stile Citroën.  A livello meccanico, le modifiche hanno riguardato gli ammortizzatori, che nel 1976 diventano idraulici, il circuito frenante, sdoppiato dall’anno successivo e i freni anteriori, che dal 1978 sono a disco e non più a tamburo.

Il 1979 è l’anno della novità più grande: la gamma della Méhari si arricchisce di una nuova versione 4×4. Rispetto al modello standard, quello a trazione integrale presenta un ponte posteriore con un nuovo differenziale bloccabile. Il cambio ha sette rapporti, di cui tre marce ridotte; l’impianto frenante, infine, è dotato di dischi su tutte e quattro le ruote. Il peso a vuoto “sale” a 555 kg, comunque sufficienti a superare pendenze fino al 60%. Esteriormente, trovavano posto, sia davanti che dietro, degli inediti paraurti tubolari; i passaruota allargati consentono di ospitare pneumatici maggiorati e le luci posteriori sono quelle dell’Acadiane. Sul cofano, come optional, è prevista la ruota di scorta. Rimasta in produzione fino al 1983, la Méhari 4×4 non riscuote un particolare successo; la vettura viene infatti prodotta in circa 1213 esemplari (circa l’1% della produzione totale).

Il motivo è semplice: la stessa Méhari originale era stata progettata in modo da poter adempiere a (quasi) tutte le sue mansioni di veicolo da tempo libero, anche senza una trazione integrale. Fra gli impieghi della 4×4 va ricordato quello come mezzo di pronto soccorso durante i rally in Africa – compresa la temibile Parigi-Dakara testimonianza delle sue qualità off-road.

Il 30 giugno 1987, dopo quasi vent’anni di produzione, l’ultima Méhari esce dalle linee di montaggio. Con circa 145.000 unità prodotte in Francia, Belgio, Spagna e Portogallo, è stata la spiaggina di maggior successo commerciale, testimone di un’epoca che non c’è più.

Oggi la Méhari è una vettura che continua a piacere agli appassionati del marchio Citroën e non solo, che apprezzano le sue doti di veicolo anticonvenzionale e adatto agli usi più disparati. Le quotazioni sono in crescita: per un esemplare standard in buone condizioni i prezzi partono da 12.000 euro; per la versione 4×4 – oggi molto rara – bisogna aggiungerne circa il doppio.

I modellini della Méhari

La Méhari è stata riprodotta nelle scale più disparate dai marchi modellistici più vari. I prezzi non sono particolarmente elevati, complice anche la semplicità e il numero limitato di pezzi richiesti per la realizzazione dei modelli, e rendono la Méhari un regalo in miniatura alla portata di tutte le tasche.

Partendo dalle scale più piccole, la Méhari è stata recentemente riprodotta da Norev sia in scala 1/87 che in 1/64.

Per la prima, esiste anche un modello in resina realizzato dalla Haxo Modele, riconoscibile dalla presenza di figurini all’interno del veicolo, mentre la seconda è stata proposta anche da Welly. Il costo è di circa 10-15 euro per ciascun modello.

Per quanto riguarda la scala 1/43, le riproduzioni più datate sono quelle degli Anni Settanta dell’italiana Politoys e delle francesi Norev e Minialuxe che ha catalogato il modello come “Méhari Dyane 6”. Anche a causa della sua natura “giocattolosa”, il primo modello non ha mai suscitato un particolare appeal tra i collezionisti e ancora oggi risulta essere facilmente reperibile; è possibile acquistarlo a circa 10-15 euro (20 se completo di scatola originale). Il secondo e il terzo, pur essendo nati anch’essi come giocattoli, presentano un maggior grado di dettaglio e il fatto di essere realizzati in plastica contribuisce, in un certo senso, a renderli più fedeli all’originale. Le quotazioni vanno dai 15 ai 40 euro a seconda delle condizioni.

Sempre francesi sono le realizzazioni della Car-Horse, che ha proposto varie versioni in scala 1/43 della Méhari, tra cui quella Armée e una per il servizio autostradale, completa di set dedicato. Le quotazioni in questo caso possono facilmente superare i 100 euro in base alla variante.

Fra le riproduzioni contemporanee sono presenti invece quelle Mondo Motors, quelle Solido e quelle della stessa Norev, che ha riproposto il modello in diverse versioni, compresa la 4×4.

Universal Hobbies, infine, ha realizzato la Méhari in una serie di allestimenti pubblicitari. Il costo si aggira fra i 5 e i 20 euro per ciascuno di questi modelli.

Per chi desidera un modellino il più fedele possibile, la scelta non può che ricadere sulle riproduzioni più grandi: la Méhari ha fatto da poco la sua comparsa in scala 1/24 all’interno di una collezione da edicola, proposta dalla Ixo Models sia nella variante standard che in quella 4×4.

Per i modellisti più manuali, invece, la vettura è stata commercializzata in kit dalla Heller. Il costo è di circa 20 euro per modello.

Per quanto riguarda la scala 1/18, sono disponibili le riproduzioni Welly, Solido e Norev (la più curata). Quest’ultimo marchio ha proposto la Méhari in parecchie colorazioni e versioni differenti (4×4 e Azur, oltre che normale). A seconda della variante scelta, all’interno della confezione sono presenti diversi accessori che permettono di configurare il modello sia con la cappottina in tela (o il tendalino), che senza. Anche in questo caso, i prezzi partono dai 20 euro, per arrivare fino ai 120 euro circa.

La riproduzione più grande è quella in scala 1/12, realizzata in plastica dalla Mont Blanc negli Anni Settanta. Il marchio francese ha proposto la Méhari in varie versioni, sia con cappottina che senza. Si tratta di pezzi molto ricercati e non facilmente reperibili, soprattutto se completi di box e di tutti i particolari (prestate particolare attenzione alle catenelle degli sportelli). Le quotazioni per un modello perfetto superano facilmente i 100 euro per un esemplare a frizione e salgono a 200 euro per uno filoguidato.

Mare o montagna? Ovunque vi trovate, sappiate che è possibile arrivarci con una Méhari.

Buone vacanze da giurally.

Di Alessandro Giurelli