Vita e morte nel Téneré: il mito della Dakar
Auto, moto, camion e quad – una spedizione di mille veicoli, pronti a sbarcare sulle sabbie del Mar Rosso.
Non è l’incipit del nuovo capitolo di Mad Max, ma l’immagine dei piloti che fra pochi giorni incominceranno la loro avventura nel rally raid più affascinante e famoso della storia: la Dakar. Il percorso di quest’anno si snoda su oltre 7500 km di dune e terra polverosa, dalle acque del Mar Rosso alla moderna città di Dammam, in Arabia Saudita.
La Dakar, giunta alla sua 44esima edizione, è uno degli eventi motoristici più seguiti dell’anno; un palcoscenico di fama mondiale popolato dai più grandi marchi del motorsport. Eppure c’è stato un tempo in cui il rally era prerogativa di uno sparuto gruppo di privati, temerari che la mattina del primo dell’anno si davano appuntamento sotto la Torre Eiffel, per partire alla volta dell’Africa.
Thierry Sabine: il padre della Dakar
Nato nell’estate del 1949, figlio di un dentista appassionato di rally e di un’affermata antiquaria, Thierry trascorre la sua adolescenza in uno dei più eleganti quartieri parigini, frequentando gli ambienti agiati della borghesia francese. Sabine è un ragazzo curioso, in cui inizia a svilupparsi quella forma mentis organizzativa che caratterizzerà la sua vita.
Ben presto, il giovane si avvicina al mondo delle competizioni, dapprima come navigatore del padre e successivamente come pilota. Gli anni che vanno dal 1969 al 1978 sono caratterizzati da un’intensa attività agonistica: dalle partenze ad alcune tappe del campionato del mondo rally, alle gare di turismo e alle partecipazioni alla 24 ore di Le Mans. Il successo più importante arriva nel 1974, con la vittoria del campionato francese GT.
Ma è nel 1977 che si verifica il primo evento che cambia la vita di Sabine. In quell’anno Thierry si iscrive – a bordo di una Yamaha XT 500 – al Rallye Côte-Côte, un raid che dalla città di Abidjan, in Costa d’Avorio attraversa l’Africa, per terminare a Nizza, in Costa Azzurra. Lungo il percorso, Sabine si allontana dal gruppo e si perde fra le dune. I minuti trascorrono lenti e inesorabili come granelli di sabbia del deserto che scivolano nella clessidra. Il francese prova a recuperare il percorso, ma nel tentativo di ritrovare la giusta via, cade e rompe sia la bussola che l’orologio.
È l’inizio di un calvario, in cui il giovane pilota vede tutta la vita passargli davanti. Dopo tre giorni e tre notti di ricerca disperata, la situazione si fa critica: senza acqua né provviste, quella che gli appare all’orizzonte non è un’oasi, ma qualcosa di altrettanto straordinario. Dall’alto di una duna cassé, per tutta la lunghezza dello sguardo, non c’è altro che sabbia dorata. È uno scenario di morte e desolazione, qualcosa di terribile e bellissimo allo stesso tempo: se solo questo silenzio potesse venire spezzato dalle urla dei motori, allora sarebbe davvero il momento della salvezza.
Non sarà il bicilindrico di una Honda, né il rombo del V8 del Range Rover, ma il suono delle pale di un elicottero che porteranno in salvo Sabine, sottraendolo da un destino crudele. Una volta rientrato a casa, si accorge che qualcosa è cambiato: nella testa c’è un’idea fissa, dare vita alla sua visione fra le dune.
Mettere in piedi un’organizzazione capace di una simile avventura non è un compito semplice e per poterlo realizzare c’è bisogno di uno specialista delle sabbie, oltre che un profondo conoscitore del deserto. Arriva in soccorso di Thierry un personaggio fuori dall’ordinario: Mano Dayak, uno dei capi Touareg del Niger. I due studiano il percorso migliore per rendere la gara spettacolare, cercando – per quanto possibile – di ridurre il rischio che possa ripetersi l’inconveniente capitato al francese l’anno prima.
“Una sfida per chi parte, un sogno per chi resta”
È questo il motto coniato per la prima Dakar, che prende il via dal Trocadéro la mattina dopo il Natale del 1978. Lungo la piazza sono schierate 80 motociclette, 90 autovetture e 12 camion, per un totale di 182 concorrenti: decisamente niente male per quello che soltanto un anno fa era stato un miraggio.
11 prove speciali e 6 trasferimenti altrettanto duri attraverso l’Algeria, il Niger, il Mali e il Burkina Faso, per un totale di 10000 km: questi i numeri della competizione, allora ribattezzata Oasis per via dello sponsor principale.
Al termine di 18 giorni straordinari, è Cyril Neveu su Yamaha XT 500 a tagliare il traguardo prima di tutti; a 23 anni è il primo vincitore della Dakar. Seguono altre due moto a completare il podio, mentre la prima vettura arriva quarta: è la Range Rover dell’equipaggio Génestier-Terbiaut, che anticipa la Renault 4 dei fratelli Marreau. Settimi assoluti e primi fra gli italiani, Giraudo e Cavalleri su Fiat Campagnola.
Il successo è immediato e la manifestazione diventa in poco tempo il punto di riferimento di tutti i rally raid. La durezza della gara e i panorami incontaminati che la caratterizzano inquadrano la Dakar come una delle maggiori sfide del XXI secolo, teatro mediatico di straordinaria risonanza non solo per i piloti, ma anche per le case produttrici.
Il boom della Dakar
Le edizioni successive sono caratterizzate da una crescente affluenza di piloti che partecipano con squadre ufficiali. Sono diverse le case motoristiche che si impongono in quegli anni: BMW, Volkswagen, Porsche, Mercedes, Mitsubishi e Peugeot solo per citarne alcune.
Poter fare affidamento su un’assistenza organizzata diventa fondamentale per essere competitivi e il divario fra i team affermati e i privati si fa abissale. Gli elicotteri giocano un ruolo cruciale nel monitorare l’andamento della corsa e regalare agli spettatori a casa immagini indimenticabili.
A poco valgono i tentativi di Sabine di preservare lo spirito originale della competizione, imponendo – ad esempio – la navigazione con l’uso esclusivo della bussola su alcune tappe; la Dakar diventa sempre più un gioco dei potenti.
Fare in modo che l’uomo riprenda il suo ruolo prevalente sulla macchina, in modo che le qualità umane dei concorrenti prevalgano sulle possibilità meccaniche dei propri mezzi e sulle capacità finanziarie delle loro scuderie.
Estratto di un’intervista di Thierry Sabine alla Parigi-Dakar 1985
L’anno delle tempeste
Nel 1986, la Dakar giunge alla sua ottava edizione, ricordata per le violentissime tempeste che si abbatterono su parecchie delle speciali in programma. Sono trascorsi poco meno di dieci anni dall’evento che quasi era costato la vita all’ideatore di questo enorme carosello e il francese ci tiene a ricordarlo, in uno dei suoi immancabili briefing mattutini ai piloti.
Ma il destino è inesorabile e nonostante le deviazioni lungo il percorso, il cammino della vita non può essere modificato. Il 14 gennaio l’elicottero da cui Thierry Sabine era solito osservare la sua gara, viene travolto dal vento e precipita sulla sabbia. Il deserto si prende il padre della Dakar, questa volta per sempre.
Oggi la Dakar continua a essere un punto di riferimento fondamentale per le competizioni motoristiche, e nonostante non si corra più in Africa, ha mantenuto – per quanto possibile – l’essenza che il suo ideatore volle dargli: quella di sfida definitiva fra l’uomo, la macchina e la natura.
Se anche voi siete alla ricerca di una sfida, avventuratevi nel Sahara, fra le montagne dell’Aïr settentrionale e l’avamposto di Chirfa, da qualche parte ai margini dell’altopiano di Djado. È lì che troverete l’albero dedicato a Thierry Sabine. Salutatelo da parte mia.
Di Alessandro Giurelli





















